Le mani: queste armi da taglio…
Fotografia che diventa collage che diventa nuova concezione spaziale

 

Poteva essere Cuttings . Poteva essere Coupures . O poteva essere Ritagli . E invece è Entalhe . In portoghese. Una parola evocativa, musicale, densa di echi lontani, forse un po’ decadenti. E per Fabio Maurino non è casuale la scelta di questa lingua per intitolare la mostra all’Associazione Fuorisede nell’ambito della rassegna espositiva Windows exPo . Quello in Portogallo è stato un viaggio durato un anno e altri piccoli frammenti temporali. E come tutti sanno, i viaggi lasciano sempre un segno, un marchio, più o meno indelebile, più o meno evidente, conscio. Come se la personalità di un uomo fosse il risultato di tanti piccoli tasselli che si arricchiscono sovrapponendosi . Tasselli. Frammenti. Ritagli. Come quelli che si presentano ai nostri occhi attraverso le fotografie in mostra . Ecco qui un desiderio di ricreare, di ricostruire una realtà, una visione . Partendo da quel dato reale che viene scomposto e riprogettato . Desiderio di trasformazione, di crescita, di evoluzione. Il ritratto di qualcuno che non sta mai fermo, possa essere col corpo e col movimento o con la mente e con gli occhi. Il ritratto di qualcuno a cui non basta una visione del mondo ma che ne cerca di nuove, viaggiando con una bici scassata, camminando tra i cocci di una fabbrica abbandonata e dimenticata, arrampicandosi su una gigantesca gru per guardare dall’alto, e per chiudere gli occhi e sentire i suoni vellutati, lontani della città . Per ascoltare se stessi . Per sentirsi grandi, per sentirsi piccoli e altalenando da un’emozione all’altra . Fare in modo che tutto questo sia stimolo . E ricreare. Paesaggi, architetture, ritratti.

Definire il giovane Fabio Maurino un fotografo è certamente limitato. Egli non si affida alla fotografia pura, come gli amanti della pellicola fanno . Egli la modifica, la sfigura, la alleggerisce di centimetri di carta. Il foglio bianco su cui è adagiata non è semplicemente un fondo, poiché questo entra in relazione con essa, ne diventa parte integrante arrivando a creare piani spaziali diversi. Fabio usa la fotografia come partenza per esprimere se stesso. Solo come partenza. Troppo forte è il desiderio di plasmare come farebbe uno scultore, come farebbe un pittore. Ma qui non ci sono pennelli, e non ci sono scalpelli. Solo le mani sono gli strumenti. Tagliando quel particolare, accostando alla fotografia la sua immagine speculare, alternando parti di una foto a un’altra, aprendo una finestra sulla superficie… Infiniti sono i modi, i tentativi. Infinite le tentazioni. Segno di un desiderio di proseguire, di continuare con una ricerca nella tecnica, nella strategia . Dentro se stessi.

 

SABATINO CERSOSIMO
"Il Corriere dell'Arte"